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Dino Lepore

Il Diario di Bordo è scritto dal Capo Spedizione e Presidente di MotoForPeace Dino Lepore

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FOTO MISSIONE 2016
motociclisti MotoForPeace

Le coperte che avevo sul letto pesavano soltanto, per fortuna mi sono addormentato semivestito. Stranamente la notte è però andata bene per tutti, niente mal di testa, niente epistassi, niente nausee, forse ci siamo ambientati? Colazione al Daily che stamane parte al primo colpo. Ancora niente caffè, solo acqua calda per seguire le indicazioni del dottore, in altitudine è meglio evitare bevande eccitanti.

 

Dal villaggio rientriamo sulla statale, immensi campi di grano ambo i lati con i contadini già al lavoro. Tutti i mezzi a loro disposizione sono rudimentali e molte cose vengono fatte ancora a mano. Pochi kilometri e si inizia a salire, neanche il tempo di digerire la colazione che siamo a 5200 metri. Il Daily sale a velocità molto allegra nonostante la forte pendenza, ha un motore eccezionale considerati i suoi 210.000 km.

 

Una volta in cima ci guardiamo tra noi un attimo come per dire: scendiamo a fare due foto? Ma la temperatura è bassa, -2, più un vento che ci spazza e preferiamo continuare e dedicare più tempo al passo successivo.

 

Riscendiamo dentro un canalone senza andare mai sotto i 4500, mille curve tra uno scenario che ora è deserto, ora è pascolo, ora è roccia. Non è mai uguale, onnipresenti solo greggi di pecore e mandrie di Yak, con i pastori ricoverati in delle tende lungo le scarpate o sul letto asciutto di fiumiciattoli, non immagino come faranno a resistere in queste condizioni.

 

Il cielo è coperto ed i 5° non sono confortanti. Sterrato e poi sterrato lasciamo indietro i due Daily per non essere travolti dalla scia della polvere. Scendiamo ancora fino al cartello che indica il campo base dell’Everest. Sembra un sogno essere qui, ancora di più quando TomTom ce lo indica: è li il Gigante, davanti a noi, sembra che si possa toccare con un dito, vicino ad altri giganti ma lui spicca in maniera eccezionale. Purtroppo la visione dura poco, muri di nuvole coprono il picco ed a noi non rimane che certificare questo momento e proseguire. Mentre guido penso a questo incontro fantastico, penso a quante volte a scuola durante l’interrogazione di geografia mi hanno chiesto quale è la montagna più alta al mondo e quante volte ho fantasticato di visitarla, conoscerla, ed ora questo desiderio è in parte esaudito, sono felice come quel bambino.

 

Facciamo diversi stop attraversando alcuni villaggi: questi a differenza di quelli visti ieri sono meglio tenuti, più belli, rifiniti con colori vistosi e bandiere e piume di uccello ad adornare comignoli e finestre ed anche i giardini sono curati. Oltre alla lavorazione dello sterco di Yak costruiscono anche mattoni di fango e paglia che poi vendono lungo la strada. È una vallata operosa, si lavora nei campi, nella costruzione, nei giardini, tutto è in movimento.

 

Facciamo benzina e questa volta stranamente ci viene concesso, senza alcuna richiesta specifica, di rifornirci direttamente dalla pompa e così facendo guadagniamo circa un’ora.

 

Siamo sul Tingri, un altipiano da cui partono vette dai 6 ai 7 mila. L’Everest è ancora qui ma il cielo è completamente coperto e a Sud non c’è visuale. Lasciamo la zona dei pascoli e saliamo ancora e ancora per valicare l’ultimo passo di questo lunghissimo tour, siamo a 5120. Questa volta abbiamo fiato, ci siamo adattati, e ci concediamo una pausa di foto e riprese emozionanti con questo sfondo di picchi altissimi completamente innevati. Penso che sono le ultime ore in Tibet, penso che abbiamo sofferto tantissimo ed in alcune occasioni ho avuto anche paura, l’altitudine gioca brutti scherzi, ma ora che stiamo lasciando per sempre questo posto che non ha pari al mondo mi sento triste.

 

Per pranzo ci fermiamo in un piccolissimo villaggio, scatolette ancora e finalmente ci permettiamo un caffè! Lo avevamo eliminato per via dell’altitudine ma ora che stiamo scendendo vogliamo toglierci proprio questo grande desiderio. Si proprio desiderio, questa notte ho sognato anche che mangiavo una amatriciana con tanto guanciale e pecorino, ma so che dovrò attendere ancora qualche giorno L.

 

Riprendiamo le moto per la discesa finale verso Zhang Mu ed in due ore di curve impressionanti siamo a 2500 mslm ed a 7 km dal confine con il Nepal, ce l’abbiamo fatta. Il villaggio di frontiera si sviluppa lungo la strada in un caos totale con un piano regolatore senza ne capo ne coda. Ci si annoda sui tornanti del villaggio con camion giganteschi che si avvicinano alla dogana, tutti suonano e tutti hanno la precedenza. Il nostro albergo è proprio in una curva e per parcheggiare facciamo i salti mortali. Anche qui no acqua calda ma in bagno abbiamo ragni e qualche scarafone, meglio che niente no? I posti di frontiera sono così dappertutto e dobbiamo adattarci, ma non è certo questo spirito che manca al team di MfP.

 

Faccio ugualmente la doccia strillando sotto l’acqua gelata, ne avevo proprio bisogno. Domani sarà una lunga giornata di dogana: prima quella a monte e poi quella a valle con controllo minuzioso di tutti i mezzi e dei documenti, speriamo di non doverci passare l’intera giornata.

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