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Dino Lepore

Il Diario di Bordo è scritto dal Capo Spedizione e Presidente di MotoForPeace Dino Lepore

America Live
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motociclisti MotoForPeace

Musica da discoteca fino alle 5,30 del mattino, la mia camera sta proprio sopra un locale notturno frequentatissimo. Mi sveglio più volte durante la notte, c’è anche l’eccitazione della giornata che domani segnerà la fine del nostro tour.

 

Siamo a 100 metri dalla vecchia dogana che apre alle 9,30, anzi le 10.00. Lasciamo così l’albergo molto tardi dopo aver fatto colazione con una comitiva di russi anche loro ospiti dello “Sherpa hotel”.

 

Pioviggina, siamo vestiti con la cerata ma la temperatura è alta, 14°. Ci cominciamo ad avvicinare al grosso cancello della Custom che chiude la strada, sta per arrivare il nostro turno. TomTom è in fila con tutte le nostre patenti e quando è pronto ci chiama uno alla volta: bisogna esibire il passaporto e la carta di circolazione in cinese e siamo pronti per il secondo step. Infatti dobbiamo scendere per altri 10 km lungo il fianco della montagna per formalizzare anche presso la seconda dogana a ridosso del confine nepalese. Qui arrivano i primi problemi, dobbiamo affrontare 8 km di curve strettissime su una unica corsia (perché ci sono decine e decine di camion in sosta sulla destra), con altri veicoli in transito ambo i sensi di marcia, un caos pazzesco. Impieghiamo quasi due ore per arrivare a valle, è un vero manicomio. Il tempo fortunatamente è dalla nostra parte, ha smesso di piovere e quando arriviamo alla dogana troviamo il mercato in piena attività. In più ci sono molti camion a scaricare la loro merce che viene poi portata sulla schiena da uomini e donne che vanno avanti ed indietro come api operaie.

 

Prendiamo le nostre valigie e documenti e ci accodiamo per il controllo passaporti e poi doganale, tutti i nostri bagagli andranno ai raggi x, questa è la prima fase. Direi abbastanza veloce, ora bisogna tornare indietro prendere le moto e ripassare di nuovo il controllo per i mezzi.

 

Anche in questo caso non ci vuole troppo tempo ed i controlli si limitano ai documenti ed in qualche occasione ai numeri del telaio.

 

Saluto con un forte abbraccio TomTom, ha avuto con noi una pazienza incredibile ed attraversiamo il ponte sospeso (che separa Cina dal Nepal) su un torrente in piena spingendo le motociclette, è la regola. Dall’altra parte ci attendono grandi sorrisi, l’Interpol nepalese è in nostra attesa dalla mattina e come arriviamo ci aprono il loro cancello e sostiamo nell’area doganale. Iniziamo di nuovo con il controllo immigrazione e poi la registrazione dei mezzi, una procedura che dura circa un ora e con la staffetta dei colleghi puntiamo per Kathmandu, ultima tappa di questo viaggio infinito.

 

Ci avvisano che i primi trenta km saranno duri, ma non ci dicono quanto duri. Ad agosto a causa della piogge torrenziali sono franate intere montagne e proprio sulla strada per Kathmandu. Ci avviamo tranquilli, un poco di fuoristrada non ci farà male. Guidiamo come attaccati alla costa di una montagna, la vegetazione qui è completamente diversa, tropicale, con alberi giganti e banani. Le scimmie sono un po’ ovunque e quando passiamo fanno un gran baccano. I villaggi si sviluppano lungo la strada, le condizioni sono di estrema povertà. Bambini scalzi e seminudi sono seduti sui portici delle abitazioni, altri bambini sono invece a guardia di negozietti improvvisati sempre all’interno delle case. Galline e capre hanno libero accesso agli ambienti domestici, l’igiene come la conosciamo noi è inesistente, sto vedendo la povertà più povera da quando siamo in viaggio.

 

Mentre affrontiamo i primi sterrati di fango e sassi penso al progetto che abbiamo realizzato e di come questa gente ne avrà realmente bisogno. Donare 10 motociclette a dieci medici per effettuare visite domiciliari e pronto soccorso non risolverà certo tutti i problemi della sanità ma darà senz’altro un sicuro contributo. Guardando questo album di foto che i miei occhi scattano curva dopo curva comprendo che tutti i sacrifici e sforzi fatti fino ad ora hanno avuto un senso e per questo ringrazio tutte le persone che mi sono state vicino, prime fra tutte i miei compagni di viaggio.

 

Inizia a piovere e la strada ha sempre lo stesso livello di difficoltà. L’ambiente circostante è particolare, è come vedere un film di Rambo che va nella jungla a salvare i suoi commilitoni. Dalla montagna scendono decine di torrenti che saltano sulla strada formando dei guadi, non troppo difficili da attraversare e c’è nebbia.

 

Piove sempre più, ma attraversiamo senza problemi i fuori strada che si presentano. Nella frana di agosto lungo questo itinerario sono decedute più di 100 persone, lo spettacolo ai nostri occhi è impressionante.

 

Abbiamo terminato i primi 20 km e la jeep che ci precede impegna una strada che si arrampica lungo una montagna aperta in due dalle piogge. Tra me e me dico “non è possibile”, come faremo a salire con le moto. La strada originale passava a valle lungo il fiume ed ora dovremo risalire il tratto franato per scendere dall’altra parte. Ora non si gioca più, il sorriso è scomparso dalle nostre labbra: do gas ma la moto si intraversa, abbiamo un metro di fango a terra con una pendenza fortissima. Con i piedi al suolo riesco a fare il primo tratto, i miei compagni seguono a ruota, la difficoltà è massima. Non credo di aver mai guidato su un terreno simile, il battistrada delle ruote è alla fine, siamo senza grip, ma dobbiamo andare avanti. I furgoni non stanno meglio di noi, si guida in controsterzo su una pista di solo fango, anche la jeep che ci precede stenta a salire e più volte rimane bloccata, immaginate con le moto.

 

Sempre avanti io con Richard e Marco, Olga e Nina sono rimaste troppo indietro. Impossibile fermarsi, se lo fai non riparti: ne so qualcosa io che per far passare un motorino che arrivava dal senso opposto sono stato 10 minuti quasi immobile con la ruota che scavava nel terreno con la speranza di trovare un appiglio. La situazione comincia a diventare drammatica, piove sempre più e la polizia ci avvisa che se non valichiamo nel più breve tempo possibile rischiamo di non scendere più.

 

Arrivo in cima, ma siamo solo in tre. Nina è in difficoltà, cade e cade, cade almeno dieci volte e dietro di lei Olga, ma questa è “dura a morire” e con le unghie e con i denti riesce a venire fuori da situazioni impossibili (si tenga conto che Olga ha la patente moto da solo 6 mesi). Le auto che vengono dal senso opposto ci creano problemi e Mehmet ne urta una rimanendo poi incastrato al paraurti. Cade anche Jordi, Celestino, siamo esausti. Dobbiamo guadare una serie infinita di torrenti che vanno ad aumentare la pericolosità, siamo su un costone a circa 500 metri di altezza e senza paracarri. Le comunicazioni via radio si moltiplicano, è caduto tizio, caio, venite, è caduto un altro, credetemi è stato un passaggio pazzesco.

 

Vedo di nuovo la strada asfaltata a solo 1 km da me, ma arrivarci è un'altra storia. Abbiamo percorso quasi 10 km di questa pista nel fango e ora per chiuderla rimane il tratto più complesso, una discesa con 5 tornanti ma ora a terra inizia a scorrere un fiume d’acqua, è la pioggia tropicale che si attendeva. Mi faccio coraggio e con i miei 300 kg di moto vado giù piano, ma lo moto prende comunque velocità e quando freni va dove lei vuole. Troppo carica di bagagli, non si può guidare in queste condizioni. Gli ultimi cento metri li faccio a manetta con la speranza di toccare la strada nera prima possibile. Ci siamo, siamo sempre in tre, ma lassù è ancora un calvario. I furgoni sono fermi in una curva, come appesi dal cielo, la loro posizione mi fa venire i brividi. Veronica scende più volte ad aiutare Nina, anche i colleghi dell’Interpol danno una mano a rialzare chi è caduto. Noi tre risaliamo la montagna a piedi e come arriva Nina, Marco gli prende la moto e termina lui il tratto di fango. Ultimi Andrea e Francesco che hanno chiuso il gruppo, con Bert.

 

Ci guardiamo in viso, siamo stravolti, è il caso di dire che questo Nepal ce lo siamo guadagnato.

 

Sosta benzina, non si pensa al pranzo, anche perché non so più che ora sono e neanche come mi chiamo. Qui in Nepal si scalano due ore rispetto alla Cina.

 

La statale che percorriamo ora è buonina, la lunga strada che unisce Lhasa a Kathmandu viene chiamata “Friendship Highway”, la strada dell’amicizia ed è la più alta al mondo, posso confermarlo!!!

 

Ora piove moltissimo e seguo con difficoltà il Daily di Vittorio. La macchina che ci fa strada è una vecchia Tata che ad ogni cambio marcia affumica l’intero gruppo di motociclisti. Saliamo fino a circa 100 metri lungo un altro pendio e da montagna in montagna ci avviciniamo alla nostra ultima meta. Le condizioni dell’asfalto peggiorano, buche ed avallamenti ci sballottano a destra ed a sinistra. La guida in Nepal è a sinistra e questo ci confonde un pochino le idee. I camion che scendono dal senso opposto viaggiano a gran velocità senza tenere conto di niente e di nessuno. Questo tratto è forse più pericoloso della pista fangosa. Ora torna un nebbione spaventoso, non si vede ad un metro e dopo un pochino il Daily si ferma. La mia radio è out a causa della pioggia e Daniele mi comunica che c’è una moto a terra. Siamo accostati sulla sinistra, solo 7 moto in fila, chi sarà caduto? Celestino, sento via radio, ha avuto un incidente con un camion: faccio per prendere la moto ed andare a vedere quando lo vedo arrivare. Ha il parabrezza rotto ed altri piccoli danni alla carrozzeria ma lui per fortuna è ok, mi riferisce che un camion lo ha travolto mandandolo a terra e solo per un miracolo è rimasto illeso.

 

Abbiamo altri 50 km prima di giungere a Kathmandu e le condizioni del tempo e della strada peggiorano visibilmente. Sulla carreggiata è un tutti contro tutti, senza regole. Entriamo nel centro abitato e qui si scatena l’impossibile: per seguire la macchina della polizia siamo costretti a farci strada in tutti i modi, in tutti i modi. Centinaia di ciclomotori ci assediano, non riusciamo a tenere il gruppo unito ed ad ogni incrocio è una Caporetto. Non riesco neanche a guardarmi intorno, pericoloso togliere gli occhi dalla strada.

 

I sono zuppo come un pulcino, mi ero tolto la cerata in frontiera con la speranza di un raggio di sole che non è mai arrivato.

 

Quando la scorta mette la freccia a sinistra per il parcheggio dell’hotel tiro un sospiro di sollievo, siamo arrivati e tutti sani soprattutto.

 

L’albergo Palagya è modesto, situato però in un punto strategico: vicino l’aeroporto e di fronte ad un tempio induista, Patrimonio dell’UNESCO, dove vengono bruciati i morti.

 

Prendiamo le camere in fretta, ora c’è la necessità di una doccia rigenerante ma anche qui manca l’acqua calda, per 11 euro a notte certo non puoi pretendere la Jacuzzi.

 

Siamo stravolti ma comunque non possiamo rinunciare a festeggiare la chiusura del tour e così tutti a tavola nella cucina dell’albergo per la nostra “arrabbiata a Kathmandu”. Stanchi ma contenti, stappiamo l’ultimo bottiglione di rosso che Vittorio aveva custodito per l’occasione ed il grande brindisi va tutti i valorosi del TEAM!!!

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