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Dino Lepore

Il Diario di Bordo è scritto dal Capo Spedizione e Presidente di MotoForPeace Dino Lepore

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Mi sveglio alle 4 del mattino, ma non sono il solo a girare nell’hotel semideserto. Veronica è alla ricerca disperata di qualcosa per il mal di testa, ma anche Mehmet, Bert, Richard, insomma quasi tutti. Io fortunatamente sto bene, ma non durerà molto. Nel parcheggio anche stamane c’è il gelo sulle moto ed il termometro segna meno 4. Impariamo dai cinesi e bolliamo dell’acqua calda, dicono che sia miracolosa per un sacco di fastidi compresa l’altitudine. Riponiamo nel Daily l’ossigeno, questa notte fortunatamente non è servito.

 

Ora bisogna fare benzina ed è qui che inizia la tarantella: per fare rifornimento prima bisogna esibire tutte le patenti, registrazione delle stesse e poi le moto fuori dall’area di servizio e con la tanica se ne rifornisce una alla volta. Questa procedura, mi dice la nostra guida, pare sia in vigore da qualche anno ed è stata istituita per evitare incidenti. Infatti è meno pericoloso portare taniche bucherellate con la benzina dentro dalla pompa alla moto attraversando tutta l’area di servizio!!! L’operazione dura circa un’ora, il tempo di far salire la temperatura esterna di qualche grado. Inizia la nostra discesa verso Lhasa, ma stranamente ricominciamo a salire, non ne possiamo più. Di nuovo a 4800 metri, pascoli su altipiani sconfinati si aprono a noi l’uno dopo l’altro. Attraversiamo dei piccoli villaggi, tutti poverissimi: le costruzioni di quest’area sono identiche, la casa è ad un piano massimo due di forma rettangolare, può avere la variante ad L oppure a ferro di cavallo ed annesso sempre un piccolo cortile. Di colore bianco le più belle, solo mattoni e calce le altre. Nel verde dei prati ci sono solo loro, gli Yak: sono a migliaia, mandrie ovunque sorvegliati dai pastori che stazionano ai margini della strada. Lo Yak è un animale fondamentale per la popolazione tibetana: la carne, il latte, il famoso burro (che non consiglio di assaggiare a nessuno), le pelli e lo sterco. Avete ben capito, con lo sterco dello Yak si riscaldano tutte le famiglie di quest’area geografica. Viene raccolto e fatto in piastrelle ed accantonato fuori dalle abitazioni in delle pile fantasiose. Dicono che il suo potere altamente calorico riesca a compensare il grande freddo invernale, viene infatti bruciato nelle stufe. Lo Yak è un animale mite, elegante nei movimenti e le mandrie vengono contraddistinte non marchiando i capi ma legando loro dei nastri colorati sul dorso.

 

La strada costeggia quasi sempre la linea ferroviaria, credo che questo treno possa offrire il panorama più bello del mondo. Le carrozze sono di un verde intenso, massimo 10/15 vagoni e procede lentamente lungo le vallate ed i canaloni. I binari sono controllati a vista da militari con una cadenza di circa 1 per km. Al nostro passaggio si alzano in piedi e fanno il saluto alla visiera, non so perché, noi rispondiamo. Hanno un ricovero che può essere una tenda oppure una baracca ed immagino come possa essere duro lavorare in queste condizioni climatiche. Non conosco i loro turni, ma fare vigilanza a 4000 o 5000 metri di altezza deve essere durissimo. Penso che questa attenzione da parte del governo debba ricondursi alle agitazioni dei tibetani contro il Pechino, una delle tante.

 

La strada non è male, ma abbiamo il tutor a rallentare la nostra corsa. 77 km in 70 minuti, se arrivi prima ti tolgono la patente e la strappano. I posti di controllo oramai non si contano più e così prima di arrivare ad un check sostiamo per sicurezza qualche minuto prima, meglio evitare cattive interpretazioni di orario/km.

 

I passi che valichiamo sono ancora alti, se penso che due giorni fa siamo come passati 500 metri più alti del Monte Bianco in motocicletta, e stiamo parlano del picco più alto d’Europa.

 

Sosta pranzo, ma oramai il mio stomaco è devastato. Mangio una scatoletta ed un Riopan e sogno il giorno che tornerò a casa quale sarà il mio primo pasto. I trasferimenti sono molto faticosi e la sera, al contrario di altri tour, non c’è molto voglia e forza di cucinare.

 

Ripartiamo dalla sosta ed ecco che la moto Vittorio che guida Andrea ha qualcosa che non va al cambio. Si è sganciata la leva, la riparazione non è difficile ma a 4500 metri tutto lo diventa.

 

Altro posto di blocco e questa volta troviamo solerti poliziotti che ci perquisiscono a dovere. Ancora l’attenzione torna sulle taniche di benzina che ora sono vuote ma forse in una è rimasto neanche mezzo litro di gasolio e ci ordinano di disfarcene.

 

Finalmente di comincia a scendere e dentro di me è una festa. Da 4800 il GPS scala un metro dopo l’altro fino ad arrivare a 3800, mille metri in circa 40 minuti. La sensazione della respirazione della sembra migliorare ed il mio gran mal di testa si alleggerisce di un tantinello. Sempre lentamente, per la presenza di decine di telecamere lungo il percorso, continuiamo la nostra discesa fino a avvistare l’ultimo check dove avremo l’ultimo controllo della velocità. Siamo a Lhasa. Impossibile fare una foto ricordo con il cartello stradale che indica la città, solo arabo e cinese, per via delle comunità predominati.

 

Percorriamo un vialone a tre corsie per ogni senso di marcia nella parte nord proprio a ridosso di alte montagne. Il traffico è intenso ma si scorre, anche qui guidano alla cinese maniera, forse una delle poche cose che hanno in comune con il Governo centrale. La priorità ora è cambiare i soldi, l’hotel va pagato in anticipo. Ci fermiamo così alla China Bank dove c’è un distributore che funziona in maniera molto intelligente: inserisci euro ed escono yuan. Ora c’è da fare benzina ed entriamo al primo distributore. Si discute subito perché non vogliono rifornirci direttamente dalla pompa ed anche qui ci chiedono la patente cinese. Ci arrendiamo e parcheggiamo dove loro vogliono. La ragazza alla pompa prende così la solita tanica tutta bucherellata ed inizia a rifornire la mia BMW. Fa uscire la benzina fuori dal serbatoio e annaffia completamente la moto dal cruscotto alla sella. Ci risentiamo tutti, è vero siamo stanchi ed anche stanchi di questa procedura assurda. Chiedo attraverso la guida se questo secondo loro è il procedimento più sicuro per rifornire. Lei indispettita decide di non mettere più benzina e se ne va. Ci rivolgiamo al poliziotto di servizio che cerca di mediare ma le disposizioni sono queste. Intanto Daniele, very smart, tira fuori dal Daily il nostro imbuto che può senz’altro migliorare il pieno alle moto. La ragazza però non ci fila, quasi a dispetto e così vado io a prendere la tanica che era rimasta abbandonata da un lato della pompa. Mentre mi dirigo alla moto sento da dietro tirare la tanica (la cui parte alta è completamente aperta): è la ragazza che me la vuole togliere dalle mani ma così facendo mi fa il bagno di benzina. Bella sicurezza. Gli animi si infiammano ed io continuo la strada verso la moto. Il poliziotto presente sorride, cosa vuole dire? Riforniamo la mia moto e quella di Marco per metà, ma poi inizia una discussione generale. Ok, paghiamo allora quella benzina e andiamo a cercare una altro distributore dove sia possibile fare questo benedetto pieno. Alla successiva stazione di servizio stessa procedura, qui in più ci registrano tutte le patenti, ma almeno le taniche non sono bucate ed il personale di servizio, molto disponibile, cerca di accelerare il rifornimento. Una ora e mezza fermi per fare il pieno. Se penso al tempo utilizzato in Xinjiang e Tibet tra controlli polizia e rifornimenti mi viene lo sconforto, avremo potuto risparmiare almeno due giorni.

 

Finalmente entriamo nel piccolo parcheggio dell’hotel Flora, per sistemare i mezzi abbiamo dovuto giocare a tetris. Economico e centrale, 260 la camera con una colazione vera ed a due passi dal Tempio di Jokhang.

 

Per cena organizziamo in camera mia, portiamo su fornelli e pentole ed Andrea con Francesco si esibiscono in una arrabbiata, forse troppo al dente, ma non è tonno e piselli, accontentiamoci.

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